Come affrontare il Natale dopo un lutto: onorare dolore e solitudine
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Quanto è difficile affrontare le festività natalizie quando da poco si è stati colpiti da un lutto importante?
Dicembre è il mese in cui tiriamo le somme dell'anno che volge al termine, valutiamo le esperienze fatte, il nostro operato e le persone che ci hanno accompagnati.
È il mese della famiglia, della condivisione di tempo e di regali.
In questo periodo dell'anno le emozioni vengono amplificate. Il senso di unione e di partecipazione, la gioia di stare insieme, così come i dissapori familiari e le rivendicazioni si manifestano con intensità estrema.
Il vuoto, così come qualunque altra emozione, si fa spazio tra addobbi e biglietti di auguri.
Il mondo circostante si trasforma e diventa fastidiosamente colorato, musicale e forzatamente amorevole.
Sembra quasi che i problemi della vita non abbiano più peso né corpo.
Tuttavia, la società è composta anche di persone sofferenti e sole che spesso reprimono il proprio sentire per conformarsi all'ambiente circostante.
Il dolore della perdita e il cambiamento delle festività
La perdita di coniugi, figli, genitori, fratelli e sorelle produce dolore profondo e crea rotture nella propria capacità di gioire completamente di alcune situazioni quali le festività natalizie.
Da quando, nel settembre 2023, ho perso mio marito, le festività invernali hanno acquisito un valore molto diverso rispetto a prima.
Per quanto mi piaccia questo periodo dell'anno, mi piacciono gli addobbi e l'atmosfera natalizia, amo stare con la mia famiglia e portare avanti alcune delle nostre tradizioni, una parte di me sperimenta un vuoto esistenziale che fagocita tutto.
Si tratta di un silenzio così rumoroso e capace d'invadere la quiete interiore, è una sensazione molto difficile da descrivere.
Apparentemente sono al mio posto in tutti i ruoli che incarno: figlia, madre, sorella, suocera, cognata, artista; ma una parte di me è morta.
Si tratta di uno spazio misterioso in cui mio marito non c’è più e quella parte di me che era sua moglie ha cessato anch’essa di esistere.
È un vuoto che non può essere riempito, non può e non deve essere gestito, può essere solo attraversato e sperimentato nella sua grandezza e nella sua deità.
Camminare nel lutto senza cercare di guarire
Alcuni s'illudono di essere "malati di lutto" e di conseguenza pensano di poter guarire da tale esperienza. Ma queste sono considerazioni della mente, perché l’anima sa bene che certe esperienze arrivano solo per essere vissute, non gestite e ancor meno guarite.
Bisogna solamente camminarci in mezzo, ascoltare il loro canto, lasciarsi penetrare senza giudicare.
Il dolore ha il potere di renderci più duri oppure di sciogliere quelle strutture interiori che ci illudono di essere invincibili e capaci di resistere a tutto.
La vita mi ha forgiata in diversi modi. Ho imparato a fortificare la mia energia maschile per affrontare e superare le difficoltà a cui la vita mi ha sottoposta. Dopo la perdita di mio marito mi sono accorta di quanta durezza abitasse il mio corpo e la mia essenza profonda.
Nei mesi successivi non mi diedi il permesso di vivere completamente il mio dolore.
Era troppo grande e non riuscivo a sostenerlo. Come ci ripetiamo quando non vediamo alternative e come il mondo attorno sembra ricordarci di continuo: ho “tenuto duro”.
Di tanto in tanto mi concedevo il lusso di piangere. Quasi a comando.
Davo il permesso a quelle emozioni di emergere, ma quando era troppo pesante reprimevo perché avevo paura di tutto quel dolore: sentivo che avrebbe potuto uccidermi, e realmente quasi lo fece.
Mi trovai in un letto di ospedale in pericolo di vita.
Nelle ore precedenti avevo lasciato emergere quel dolore lancinante che sentivo; è come se in quel momento avessi aperto il cancello alla parte più fragile di me che non riusciva più a contenere quel dolore, a "tenere duro".
Grazie a quell'esperienza, a quel momento in cui sentii la vita che voleva andarsene da questo corpo, la mia maschera della durezza andò in mille pezzi.
La indossavo fin da bambina per affrontare le difficoltà ma in quel momento iniziai a comprendere che mi stavo distruggendo nel tentativo di essere forte e di tener duro.
La perdita di mio marito mi ha mostrato una nuova espressione del mio femminile fragile.
Finalmente avevo imparato a darmi il permesso di sentirmi rotta.
Un femminile che si arrende al dolore non come vittima ma come una tigre che cerca un riparo sicuro in cui leccare le proprie ferite nel silenzio.
Quando usiamo la parola "arrendersi" veniamo pervasi da un senso di perdita, ma in questo caso vuol dire l'esatto contrario: vuol dire ritrovare la propria realtà interiore.
Non combattere contro lo spirito della sofferenza e del dolore significa abbracciare quella parte di noi che è morta insieme al proprio defunto.
Arrendersi significa accogliere la ciclicità, benedire il vuoto così come il pieno, abbracciare tanto la tristezza quanto la gioia, perché sono aspetti complementari e solo apparentemente contrapposti, poiché rientrano in una danza universale che tutto può.
L'energia maschile e la repressione del dolore
Quante persone tendono a reprimere la sofferenza per non far preoccupare gli altri?
Uno dei grandi dolori dell’energia maschile è quello di non avere il permesso di piangere perché bisogna ubbidire a quell’incantesimo sociale che recita così: "un vero uomo non piange mai".
Quando parlo di "ferita dell'energia maschile" non intendo una ferita che riguarda solo gli uomini: ciascun individuo ha in sé energia maschile e femminile.
Imparare ad accogliere la propria natura duale permette di crescere in diverse direzioni.
Espansione e profondità, determinazione e fragilità, delicatezza e forza possono essere alternati in diversi momenti della vita.
Essere solo maschili crea squilibrio, esattamente come essere totalmente polarizzati nel femminile.
Nel primo caso si rischia l’insensibilità e l’incapacità di vedere al di là della materia, mentre nel secondo viene a mancare la struttura e la forza per affrontare con determinazione la vita quotidiana anche in situazioni complesse.
Accorgermi di quanto pesantemente stessi reprimendo il mio lato femminile e fragile è stata una scoperta, una riconciliazione inaspettata con la mia sensibilità.
Per affrontare la vita avevo scelto di indossare una corazza. L’avevo costruita con attenzione fin dall’infanzia, mi è stata molto utile, ma allo stesso tempo mi ha allontanata dalla mia capacità di sentire.
Mentre stiamo attraversando un lutto è molto probabile che agiamo in modo da difenderci dal dolore.
Innalziamo muri per proteggerci, e lo facciamo molto spesso a livello inconsapevole. Pian piano questi muri, queste corazze, diventano "parte dell’arredamento", e ci facciamo l’abitudine. Non ci accorgiamo che, per proteggerci dal dolore, ci ritroviamo murati vivi all’interno di una prigione costruita nel tentativo di gestire il lutto e la sofferenza emotiva.

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Il lutto come esperienza trasformativa: il dolore che sconvolge e insegna
Il lutto ovviamente è un'esperienza sconvolgente, dolorosa e capace di turbare la propria stabilità interiore.
È un evento sconvolgente che ci mette di fronte all'irreversibilità della morte, al fatto che una porta non solo si chiude, ma sparisce definitivamente dal nostro spazio-tempo.
La possibilità di essere in relazione, in comunione con un altro essere vivente semplicemente svanisce come neve al sole.
Il lutto riguarda anche la separazione da persone, da situazioni che inevitabilmente si dissolvono e svaniscono dalla nostra realtà materica.
Ma non è tutto qui: il lutto è anche una guida che ci mostra aspetti inesplorati di noi stessi.
Quando perdiamo i nonni, improvvisamente ci accorgiamo del fatto che i nostri genitori non sono eterni.
Perdere i genitori ci mette di fronte alla nostra stessa caducità.
La perdita di un figlio si pone davanti a una domanda terrificante: "perché io sono ancora qui?" e nessuno può rispondere.
La nostra vita stessa è la risposta a quella domanda.
Il lutto è il maestro che ti mostra il confine tra la pace e il buio della distruzione.
È la linea di demarcazione tra l'esistenza e l'abisso in cui nulla è più possibile.
La fine è anche una guida che ti mostra come trasformare il dolore in qualcosa che possa essere d'aiuto ad altre persone.
Qualche settimana fa ho partecipato a un incontro di primo soccorso per l'ostruzione delle vie aeree e il formatore ha raccontato di una donna che, dopo la perdita di sua figlia per soffocamento, è diventata a sua volta formatrice e insegna alle persone come comportarsi in caso di soffocamento.
Questa donna ha accettato che lo spirito del dolore l'attraversasse, ha danzato con lui e si è lasciata trasformare in una guida, dando alla sua esperienza un valore sublime e trasformativo.
Quando attraversiamo un lutto dovremmo porci questa domanda: in che modo posso far sì che questa esperienza diventi nutrimento per me e per altri?
È solo così che possiamo realmente onorare la vita di chi è trapassato e le esperienze che abbiamo vissuto.
Solo accettando la fine come un nuovo inizio possiamo accorgerci della magia che alberga nella vita stessa.
Siamo fatti di nuovi inizi e di conclusioni capaci di avvicendarsi in una danza ciclica.
Trasformare il lutto in nutrimento universale
Questa visione alternativa ci permette di far sì che la nostra esperienza diventi nutrimento e concime anche per il resto dell'Universo.
Pensiamo al funzionamento del nostro corpo: quando i globuli rossi muoiono, vengono raccolti dalla milza, che li scompone.
Il ferro viene recuperato per crearne di nuovi, capaci di portare ossigeno e nutrimento in tutti i tessuti del corpo.
Il nostro corpo è un ecosistema in cui vita e morte coesistono costantemente.
Viviamo nell'illusione che vita e morte siano eventi separati tra loro, ma nulla è più lontano dalla realtà.
Le nostre cellule, i nostri tessuti, gli organi conoscono bene questi aspetti: ciò che viene distrutto alimenta ciò che viene creato.
Imparare a uscire dalla mente e vedere questi processi naturali è una via di libertà.
È una via per onorare e santificare tutta la vita e le esperienze che ci attraversano con la bellezza della loro caducità.
Come onorare ciò che non c'è più
Alcuni cedono alla vanesia tentazione di permanere nel dolore e nella depressione per onorare chi è passato a miglior vita.
Pensiamo a certe usanze che fortunatamente vanno via via perdendosi come quella portare il lutto a vita vestendosi di nero oppure che una vedova non indossi più il rosso poiché è il colore dell'amore, del sangue e della passione.
In che modo il morto potrebbe essere onorato dal fatto che un vivo vesta in un modo specifico?
Quanto crudele e limitata è una società che impone a chi subisce un lutto di indossare un'uniforme?
- Sappiate che io sono una vedova triste e lo sarò sempre!-
Ci rendiamo conto che questo è privo di senso?
Ci accorgiamo che queste sono espressioni della vanità umana e non onori destinati al defunto?
Un morto può essere onorato solo se benediciamo e beneficiamo della vita che vive in noi.
Solo se impariamo a onorare la nostra esistenza possiamo pensare di onorare quella altrui...
Ecco 4 semplici passi che possono aiutarci in questo percorso difficile:
- Compenetrazione: entrare nell’evento, nella situazione, e permettere che ci attraversi a sua volta, in modo da assorbirne tutti gli aspetti.
- Ascolto: recepire senza giudicare, lasciare che la voce autentica della vita si esprima attraverso l’esperienza che stiamo affrontando.
- Arrendersi: accogliere ciò che è senza volerlo cambiare, senza togliergli potere, senza volerlo modificare, senza cercare di diminuirne il potere.
- Osservazione: osservare la nostra trasformazione mentre affrontiamo le varie esperienze.
Quanto è naturale darsi il permesso di piangere se il corpo ne ha bisogno e di ridere se il cuore sussulta di gioia?
Quanta bellezza dimora nell'umanità che sa accogliere la ciclicità nella sua interezza senza doversi nascondere dietro una corazza di gramaglie.
Solitudine e lutto durante le festività
Nel mese di dicembre, in cui tutto ci parla di condivisione, di emozioni leggere e amorose, crediamo di non avere il diritto di rifiutare tali gioiosi richiami e spesso rinunciamo al sacrosanto diritto di stare con noi stessi per onorare il vuoto.
Ovviamente lo facciamo per l'amore che nutriamo verso i nostri cari, che non vogliono vederci da soli a casa a piangere mentre loro si divertono.
La verità, secondo me, sta nel mezzo.
Da un certo punto di vista è assolutamente indispensabile rimanere in solitudine quando si sta affrontando un lutto, anche se è Natale.
D'altra parte, però, il rischio che si corre è quello di confondere vittimismo con bisogno di recuperare l'equilibrio interiore esplorando il silenzio del vuoto.
Abbandonarsi al dolore per fuggire dalla realtà è un'espressione della polarizzazione nel femminile e, come precedentemente detto, rappresenta uno squilibrio energetico che può generare conseguenze poco piacevoli a livello psicofisico poiché indebolisce la struttura interiore necessaria per attraversare le difficoltà.
Vittima o tigre: distinguere i bisogni
Come possiamo fare questa distinzione e capire se abbiamo bisogno di solitudine durante le feste invernali per vittimismo o perché abbiamo bisogno di una tana sicura in cui recuperare le energie?
Per me, che studio da diversi anni tecniche volte all'autoconsapevolezza del corpo e degli aspetti più sottili che mi compongono (emozioni, mente, spirito), è piuttosto semplice capire cosa si sta muovendo in me.
Mentre per un neofita potrebbe essere un po' più complesso distinguere questi due aspetti, ma è assolutamente possibile.
La vittima interiore
La vittima parla molto, si racconta tante cose tra sé e sé:
-
Perché proprio a me
-
Non è giusto
-
Come farò?
-
Dovevo morire io al suo posto
-
Ci sono tante persone cattive al mondo
La vittima compare in ciascuno di noi di tanto in tanto ed è difficile riconoscerla, poiché viviamo in una società che tende a glorificare questa posizione mentale.
In realtà è un grosso ostacolo per il benessere non solo del corpo, ma anche del nostro spirito.
La vittima è una figura piuttosto losca, che ha la tendenza a prendere il controllo su tutti gli aspetti della nostra vita senza darci la possibilità di liberarci.
È uno spirito interiore abbastanza inafferrabile e molto esperto nel nascondersi dietro a finta bontà e nobiltà d'animo.
È subdolo e ci rende incapaci di cambiare perché permette di catturare l'attenzione altrui e di manipolare i propri cari.
La tigre interiore
Al contrario, la tigre che ha bisogno di riparo per guarire:
- parla il meno possibile
- non si giustifica: é distaccata dalle convenzioni
- riconosce il potere di guarigione di vuoto e solitudine
- sceglie di stare con sé stessa perché il suo essere lo richiede
La tigre sa cosa è bene per sé stessa in ogni momento e non spreca energia nel tentativo di ottenere l'approvazione altrui.
La tigre agisce dal proprio centro.
Trasforma il dolore in creazione, l'esperienza in essenza, il trauma in elisir.
Ha bisogno di stare con sé stessa per alchimizzare e non può far altro che seguire la propria Via...
Come comportarsi
1. Riconoscere la vittima
Se ci accorgiamo di stare nel ruolo della vittima, scegliamo di abbandonarlo: tentare di manipolare gli altri attraverso la nostra sofferenza non nutre né noi e neppure le nostre relazioni interpersonali.
Il nostro fardello è personale e dobbiamo imparare a farcene carico, anche quando facciamo fatica.
Se abbiamo bisogno di aiuto è importante chiederlo senza cercare di controllare gli altri con il vittimismo. Quest'attitudine è molto più sana ed evitiamo di calarci sempre di più nel dramma della vita.
Nella nostra essenza profonda conserviamo risorse estremamente belle e utili a superare lutti molto importanti anche nel periodo natalizio.
Dobbiamo confidare in questi aspetti saggi del nostro potenziale per poter superare il dolore e il malessere che inevitabilmente il lutto porta con sé.
2. Riconoscere la tigre
Se leggendo queste pagine ci accorgiamo di essere una tigre risoluta che ha bisogno della propria tana, dobbiamo rispettare questo bisogno.
Se abbiamo famiglia, non sarà semplice durante le festività ritagliarsi spazi per abbracciare il proprio vuoto e raccogliersi nel conforto della propria tana interiore, il luogo sicuro in cui rifugiarsi nel momento del bisogno.
Chiaramente esistono situazioni complicate: figli piccoli o persone che dipendono dalla nostra presenza possono rendere difficile dedicarsi a momenti di solitudine e silenzio.
Ma anche in questi casi possiamo inventarci degli spazi per onorare il vuoto.
Il ritorno a sé stessi è un percorso fatto di piccoli passi quotidiani e non da imprese epiche o trascendentali. Tutto parte dalla scelta di offrirsi attimi di radicamento e centratura nel corso della giornata.
I Chupitos Alchemici
Brevi momenti per sé stessi
Ariavibra è un movimento che punta molto sui brevi momenti dedicati a sé stessi.
Brevi incontri di 5-10 minuti con la propria interiorità offrono un grande potenziale di centratura, radicamento e ritorno alle profondità della propria essenza.
Il tempo è un’illusione indispensabile per organizzare le informazioni a livello della mente, ma se ci pensiamo bene non c'è alcuna differenza tra 5 minuti e l'eternità.
Quante volte ci capita di parlare di qualcosa accaduto 20 o 30 anni prima e sentirlo come successo un attimo fa?
In altre occasioni raccontiamo eventi accaduti pochi giorni prima, ma a noi sembra che siano passati mesi.
Queste esperienze dimostrano che 5 o 10 minuti di esercizio del corpo, del respiro e dello spirito non sono meno preziosi di un ritiro di qualche settimana con maestri illustri.
Un diamante è meraviglioso, certamente, ma con una manciata di volgari viti in ferro puoi costruire una robusta sedia capace di sostenere il tuo riposo per molti anni.
Le brevi pratiche quotidiane che uniscono corpo, respiro e trasformazione sono le viti necessarie per costruire il tempio del tuo equilibrio olistico, un tempio in cui onorare il tuo spirito e la tua essenza anche quando il tuo focus é quello di accudire i figli, essere efficiente al lavoro e a ricoprire tutti i ruoli che per te sono importanti.
Offrire alla tua persona momenti di raccoglimento e di ascolto del lutto ti permette di essere tigre incarnata e diventare la tua tana sicura.
Resistere alle pressioni esterne
Le famiglie, spesso tossiche, in alcuni casi tenteranno di impedirci di stare nella nostra tana, anche in assenza di persone che dipendano da noi.
In queste situazioni bisogna essere estremamente risoluti: se abbiamo bisogno di guarire nel nostro vuoto e di sentire il nostro lutto, il resto non ha alcun valore.
Se qualche familiare si sente scomodo perché decidiamo di stare nella nostra solitudine, sarà affar suo come affrontare e gestire la sua disapprovazione.
Dobbiamo imparare a scegliere noi stessi, perché solo in questo modo possiamo essere d'aiuto agli altri.
Riconoscendo la nostra sovranità e valorando il bisogno di raccoglimento potremo interiorizzare e offrire i tesori immateriali che la nostra perdita ci avrà mostrato.
La donna di cui ho precedentemente parlato ha dovuto sentire tutto il dolore della perdita della propria figlia prima di poter consegnare ad altri strumenti capaci di salvare vite.
Chi ci sta intorno e ci ama non ha il diritto di chiederci di rinunciare ai nostri percorsi interiori perché "il Natale va passato in famiglia" e "a Capodanno bisogna divertirsi e stare insieme".
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Ariavibra: affrontare il lutto attraverso corpo, respiro e creazione.
Un percorso integrato per ritrovare sé stessi.
Che tipo di percorso può aiutarti ad affrontare il lutto?
Corpo, respiro, trasformazione e creazione sono gli elementi essenziali su cui mi baso nell'affrontare i diversi temi che riguardano le persone.
Il corpo umano, i vari tessuti, il tessuto miofasciale e le cellule memorizzano traumi ed emozioni.
Questi aspetti creano rigidità e blocchi energetici con conseguenti squilibri psicofisici.
La buona notizia è che questi aspetti non sono situazioni ineluttabili, bensì elementi che possono diventare nutrimento per la nostra vita, a patto che li si riconosca e accolga nella loro importanza.
Lavorare sul corpo e sul respiro
Per me è stato indispensabile lavorare il lutto attraverso il corpo e il respiro.
Via via che mi addentravo in questo ecosistema, sentivo che il dolore diventava sempre più sopportabile e, col passare dei mesi, addirittura uno strumento creativo.
Oggi posso parlarne in modo diffuso con l’intento di essere utile ad altre persone che, come me, hanno imparato a conoscere questi aspetti sulla propria pelle.
Il respiro è di fatto una combustione: quando respiriamo, le cellule bruciano ossigeno e rilasciano anidride carbonica.
Quando ossigeniamo potentemente il corpo, ossigeniamo i vari tessuti, mentre con il movimento possiamo veicolare tale combustione laddove i blocchi energetici si manifestano.
Siamo dotati di una saggezza antica che, senza bisogno di pensare, ha l’abitudine di veicolare l’energia laddove serve.
Pensiamo a quando abbiamo mal di testa: senza pensarci, la mano va a massaggiare la parte dolorante. Oppure quando prendiamo una storta, sentiamo il bisogno di muovere il piede e la caviglia.
Il corpo fa tutto in automatico, senza che la mente debba formulare pensieri specifici.
Tecniche e percorsi Ariavibra
Nel corso della mia vita sono entrata in contatto con diverse tecniche che mi hanno permesso di sviluppare competenze e intuizioni molto profonde.
Ho beneficiato di queste esperienze in prima persona e le condivido amorevolmente con chi decide di prendersi cura del proprio benessere in modo olistico e con dedizione.
Le sedute individuali online ti daranno la possibilità di muovere il corpo e sentire le emozioni prendere forma nel tuo movimento personale.
Potrai sperimentare la capacità lenitiva della respirazione consapevole, i pensieri si più faranno leggeri e la vita tornerà ad essere degna di essere vissuta.
Ovviamente questi percorsi non sostituiscono il supporto medico o psicoterapico, bensì sono strumenti estremamente importanti per recuperare una buona relazione con il proprio corpo, la mente e lo spirito, giacché tendono al radicamento e all’equilibrio di tutti gli aspetti che rendono unico l’essere umano.
Per maggiori informazioni puoi scrivermi in privato e scoprire come Ariavibra può accompagnarti nel tuo percorso di trasformazione.
Attraversare il lutto e rinascere
Permettiti di sentire tutto ciò che emerge, senza giudizio, senza fretta.
Attraversa il vuoto, ascolta la tua tigre interiore e concediti il rifugio di una tana sicura.
Il lutto non è un nemico, ma un maestro: ti mostra la fragilità, ti insegna la profondità, ti guida verso una nuova consapevolezza di te stessa.
Ogni respiro, ogni piccolo movimento del corpo, ogni momento di raccoglimento è un passo verso la riconciliazione con la vita e con chi hai amato.
Accogli la ciclicità: così come la morte alimenta la vita, il dolore nutre la tua capacità di gioire.
Non temere di essere fragile, perché nella fragilità si cela una forza silenziosa che ti permette di rinascere, di creare e di donare a chi ti circonda.
Anche in dicembre, anche nel pieno delle feste, puoi onorare il tuo lutto senza colpa, trasformandolo in consapevolezza, presenza e amore per te stessa.
E ricordati: anche solo pochi minuti di ascolto, respiro e movimento possono diventare la tua tana, il tuo tempio, il tuo rifugio sacro.
Permettiti di attraversare, sentire e rinascere: il tuo lutto non ti spegne, ti trasforma.




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