Smolla ciò che intossica e ritrova la tua libertà
Le famiglie a Natale, i social, gli ambienti lavorativi, la coppia: quanti aspetti tossici ti vengono in mente che riguardano questi ambienti?
Frequentemente ti trovi ad affrontare queste situazioni senza avere gli strumenti per proteggere le nostre emozioni e il nostro spazio vitale dalle conseguenze nocive che tali esperienze si portano dietro.
Fai finta che nulla di così importante stia accadendo. D'altra parte è l'unico modo per poter sostenere certe realtà scomode e dolorose.
Ci convinciamo, o meglio, ci accontentiamo di essere più stupidi di quanto non siamo realmente per non dover prendere decisioni drastiche che minerebbero molti dei nostri spazi sociali.
Per me, che ho sempre considerato i social dei buchi neri succhia tempo, è davvero un tormento avere a che fare per lavoro con questi strumenti.
Capita di dover rispondere alle opinioni discutibili di alcuni assidui “frequentatori di antimateria social”.
In molti casi mi accorgo di avere a che fare con l’incapacità di comprendere i temi che tratto, per motivi culturali o di strutture mentali piuttosto ristrette.
Questo mi crea non poco disagio e diventa una costante palestra interiore, perché devo contenere, arginare, evitare di essere bannata. Perciò è molto faticoso.
Ma devo farlo, perché tra gli ignavi esistono anche persone capaci di comprendere ciò che divulgo.
Chiamare le cose con il proprio nome è molto utile per distaccarsene senza sminuire il problema.
Invece, molto spesso, tendiamo ad auto-convincerci che il problema sia meno grave di quanto non appaia ai nostri occhi.
Mi vengono in mente quelle occasioni di famiglia in cui la zia cattiva si comporta male, mettendoci a disagio, ma noi, per non creare ulteriore imbarazzo, la giustifichiamo dicendo:
-
È anziana
-
È depressa
-
È fatta a modo suo
Quando in realtà l'unica cosa saggia da fare sarebbe dirle:
-
Sei una grandissima stronza! Non mi rivolgere mai più la parola!
E invece decidiamo di mettere da parte questo impulso per poter continuare a incasellare l’interno dello spazio familiare che occupiamo.
Beninteso, capisco che non sia facile assumere delle posizioni così nette quando viviamo queste situazioni.
Ma la via della negazione è realmente molto dannosa, perché significa tradire noi stessi e il bisogno di darci amore.
Dare amore a noi stessi significa metterci nelle condizioni in cui metteremo le persone che amiamo profondamente.
In alcuni casi, l’amore provato per noi stessi e per gli altri è così basso da anteporre il quieto vivere al rispetto che abbiamo per noi stessi e per le persone che amiamo.
Credo che il 90% dei rapporti interpersonali verrebbe distrutto se gli umani iniziassero a rispettare se stessi e le persone che amano.
Nessun marito che ami sé stesso e la propria moglie permetterebbe a sua madre di insultare la moglie.
L’uomo in questione spiegherebbe in modo chiaro a sua madre che dovrebbe risolvere i suoi problemi presso uno psicoterapeuta invece di rovinare la vita al prossimo.
Nessun lavoratore che ami se stesso avrebbe accettato le attuali condizioni di lavoro in Italia.
Qui sento già l’eco di voci a rispondermi: “ma non c’è lavoro, bisogna abbassare la testa!”.
Rispondo: non c’è lavoro perché nel corso degli anni ci siamo ammazzati di straordinari per risultare bravi agli occhi dei capi.
Non c’è lavoro perché quando c’è da andare a un referendum non si raggiunge il quorum.
Non c’è lavoro perché soffriamo di acquisti compulsivi e ci riempiamo di cose inutili vendute su piattaforme asiatiche.
Nessun Creator che rispetti se stesso sprecherebbe tempo a rispondere agli haters: semplicemente li bloccherebbe.
E invece cosa facciamo? Ci accontentiamo di essere delle miserabili teste di cazzo, incapaci di prendere posizioni chiare quando qualcuno invade il nostro spazio vitale, compromettendo la nostra serenità.
Quando dire basta diventa necessario.
Chiamare le cose con il proprio nome, smettere di giustificare comportamenti tossici, liberarsi da relazioni tossiche o ambienti nocivi non è un atto di egoismo: è protezione dello spazio vitale, amore per se stessi e rispetto per gli altri.
Ogni scelta di smollare ciò che intossica diventa un piccolo rito di trasformazione: un passo verso la libertà, verso il respiro pieno e il corpo leggero.
Questi legami che ci vincolano come catene sono strumenti potenti per allontanarci dal nostro centro, da quel luogo interiore in cui possiamo esprimere realmente le qualità della nostra essenza profonda.
Agiscono come anestetici, come distrazioni sottili, capaci di ancorarsi al corpo e di tradursi inconsapevolmente in automatismi di movimento, di postura, di pensiero.
Nel mio lavoro e nella mia ricerca personale mi accorgo spesso di quanto questi aspetti siano in grado di turbare il benessere generale della persona, anche quando vengono minimizzati o normalizzati.
Si manifestano attraverso dolori e rigidità corporee, insonnia, stanchezza cronica, perdita di fiducia nel proprio sentire.
Sostenere a lungo situazioni che intossicano richiede un impegno fisico enorme, continuo, logorante.
È per questo che quanto più impariamo ad ascoltare il corpo, tanto più diventa evidente il bisogno di creare situazioni sane, nutrienti, allineate nella nostra vita.
Impariamo a scegliere pensieri e movimenti più fluidi perché impariamo, finalmente, a riconoscere quando una situazione non è adatta a noi, quando ci chiede di tradirci per poter continuare a esistere.
Prendere le distanze da relazioni e realtà tossiche significa recuperare la sovranità del proprio corpo e del proprio essere.
Quando il corpo prende la parola
Il corpo sa essere maestro e sa guidare all’interno della propria coscienza.
Molto spesso, quando attraversiamo ansia e depressione, abbiamo la tendenza a credere che si tratti di aspetti puramente mentali.
Questa lettura, però, è parziale e spesso fuorviante.
Ricordo che intorno ai trent’anni lavoravo in un call center inbound, occupandomi di assistenza tecnica ADSL per un noto operatore telefonico.
Dopo alcuni mesi iniziai a soffrire di una forte ansia ogni volta che entravo al lavoro.
All’epoca non avevo le competenze che possiedo oggi e interpretai quel malessere come uno squilibrio mentale. D’altra parte, la narrazione collettiva era questa. E in gran parte lo è ancora.
Vent’anni dopo, a seguito di un lavoro profondo sul corpo, sulla mente e sullo spirito, posso affermare con assoluta certezza che quella mia ansia non aveva origine nella mente, ma nel cuore e nel corpo.
Il mio corpo e la mia anima non avevano più alcuna voglia di rispondere ai problemi altrui.
Le mie orecchie non sopportavano più di essere penetrate da lamentele, disagi, frustrazioni e incapacità di ascolto dei malesseri umani.
Una piccola premessa necessaria
Quando qualcuno ci parla veniamo letteralmente penetrati da suoni e contenuti.
I suoni hanno un corpo, uno spessore, una consistenza che, passando attraverso il canale auricolare, stimola direttamente specifiche aree del cervello.
Quando ascoltiamo facciamo l'amore con il suono.
Accade inoltre che l’ultima difficoltà sperimentata diventi l’amplificatore di tutte quelle precedenti.
Per questo, in molte situazioni, chiamiamo un operatore trasferendo su di lui o su di lei disagi accumulati fin dall’alba dei tempi.
Tendiamo a immagazzinare situazioni poco piacevoli, a non affrontarle nelle sedi opportune, per poi vomitarle addosso a chi non ha nulla a che fare con gli eventi passati.
Alla luce di queste due considerazioni posso affermare che il mio corpo, la mia essenza, fossero saturi di essere penetrati per otto ore al giorno da malesseri umani che non avevano nulla a che fare con l’assistenza tecnica e che avrebbero dovuto essere affrontati altrove.
Ma l’utenza, nella propria inconsapevolezza, pensava bene di trasferirli su di me.
Ricordo che appena passavo il badge mi mancava l’aria.
Il petto sembrava sovrastato da un masso.
Mi veniva da piangere.
Io non potevo più stare in quel posto.
Chiaramente, nella mia totale incompetenza e ignoranza di quell’epoca, mi rivolsi al medico invece di affrontare il mio profondo disagio esistenziale.
Fu così che mi appiopparono la prima etichetta di ansiosa, invece di riconoscermi come una persona che aveva semplicemente bisogno di qualcosa di meglio per la propria vita.
Chissà quante persone vengono quotidianamente etichettate come disagiate mentali,
quando sono semplicemente in cerca di uno spazio più reale per essere ed esprimere la propria tantezza.
È proprio per questo che il lavoro sul corpo e sul respiro si trasforma in coscienza di sé e in capacità di ascoltarsi su un piano diverso, più ampio e onnicomprensivo.
Un piano che permette di difendersi dalle etichette e dal malessere generato da situazioni capaci di intossicare il campo energetico dell’individuo.
In buona sostanza, ciò che voglio dire è che una persona cosciente di sé stessa e capace di ascoltarsi prenderà dei provvedimenti prima che qualcun altro possa etichettarla come depressa o ansiosa.
Ovviamente ansia e depressione esistono e non vanno sottovalutate.
Quando un malessere profondo mina la qualità della vita è fondamentale avere la maturità di rivolgersi agli specialisti competenti.
Psicoterapia e farmacologia sono strumenti innegabilmente importanti.
Credo però che un equilibrio reale possa essere ottenuto solo integrando questi aspetti con una presa di responsabilità rispetto al proprio corpo, alla mente e ai pensieri.
Delegare completamente la responsabilità del proprio benessere a un altro essere umano, a prescindere dal numero di titoli accademici conseguiti, è una scelta che presenta ampi margini di miglioramento.
Il corpo come bussola interiore
La coscienza del corpo e la presenza nelle proprie sensazioni mostrano il sentiero che conduce verso la profondità dei propri desideri.
Ci permettono di riconoscere, nel mondo circostante, ciò che ci appartiene e ciò che ci danneggia.
Rifiuto apertamente quelle correnti di pensiero che sostengono che attraverso il solo procedimento mentale si possano evitare spazi e persone definite “tossiche”.
La mente può decidere di non cercare certe situazioni, ma la vita non si lascia aggirare così facilmente.
È vero, possiamo scegliere di non cacciarci volontariamente in determinati contesti.
Eppure, di tanto in tanto, essi si presenteranno comunque, portando con sé un’energia destabilizzante.
Quando ripristiniamo le nostre connessioni interiori, il corpo ci mette in guardia.
Lo fa attraverso malesseri localizzati o diffusi, segnali chiari rispetto all’evento che ci si presenta davanti.
Da questo livello di coscienza diventa molto più semplice decidere se entrare nuovamente nel tugurio di prove esistenziali già conosciute oppure se preferiamo esplorare nuove possibilità, nuove espressioni della vita.
Impariamo allora ad ascoltare quella voce interiore che, con sorprendente chiarezza, ci sussurra all’orecchio:
“Non è lì. Non è quella la direzione che vuoi intraprendere.”
Compiere un passo di fede verso noi stessi e scegliere consapevolmente di non imboccare il percorso che sentiamo sbagliato ci preserva da straordinari fracassi emotivi e da profonde rigidità corporee.
La divinità, intesa come principio naturale capace di far fluire e di contenere, apprezza le offerte e la fiducia.
Al contrario, tende a ritirarsi quando chi riceve visioni e sensazioni inizia a razionalizzare, sminuendo l’istinto.
Spiego meglio.
A volte sentiamo dentro di noi un’ispirazione molto semplice.
Ad esempio, mentre siamo alla guida, una vocina ci suggerisce di svoltare a destra.
Noi però diamo ascolto alla parte razionale, quella che “va sempre dritta”.
Nove volte su dieci, pochi istanti dopo, siamo lì a domandarci: -Perché non ho seguito il mio istinto?-.
È quasi matematico: la scelta che non segue l’istinto ci porterà spesso a incontrare rallentamenti o imprevisti sul percorso abituale.
Questo accade perché non ci siamo offerti al nostro istinto, e la divinità che ci ha inviato quell’ispirazione si ritrae, poiché, come chiunque altro, non ama essere ignorata.
Mi rendo conto che questo approccio possa apparire profondamente irrazionale.
Eppure, quando entriamo in contatto con il mondo dell’ispirazione, apriamo le porte a realtà molto più grandi di quanto possiamo immaginare.
Questi aspetti diventano sempre più nitidi durante il percorso di ritorno al corpo, al respiro e all’essenza profonda.
Alleati e nemici interiori
Dentro e fuori di noi vivono alleati e nemici, forze che ci offrono la possibilità di uscire o di permanere in situazioni opprimenti.
Alcune agevolano il nostro benessere, altre impediscono di vivere in armonia e fiducia con noi stessi e con il mondo circostante.
Questi personaggi interiori hanno caratteristiche ben precise.
Alcuni sono pigri, altri colmi di fiducia verso se stessi e verso la vita.
Alcuni sono timorosi e tendono a non prendere decisioni, altri ancora sono allegri, vitali, coraggiosi.
La verità è che nessuna di queste parti deve essere repressa.
Nessuna è, di per sé, completamente positiva o negativa.
Uno stato di pigrizia o apatia che ci spinge a non presenziare a un pranzo di Natale con la famiglia, ad esempio, può indicare il bisogno di ritrovarsi, di rientrare in sé, oppure di disintossicarsi dal teatrino delle dinamiche familiari.
Allo stesso modo, un eccesso di coraggio nel chiudere un rapporto lavorativo che non ci appartiene più e che avvelena il nostro spazio vitale può nascondere una sfiducia profonda negli eventi della vita.
È proprio per questo che radicamento e centratura sono aspetti importantissimi della nostra quotidianità;
il radicamento ci permette di capire quale parte di noi sta scegliendo di essere pigra o temeraria, timorosa o vitale, e di discernere se la decisione nasce dalla paura, dal bisogno di protezione o dalla vera espressione della nostra essenza.
Abbiamo deciso di non andare al pranzo di Natale perché siamo intrappolati in un trauma non elaborato,
oppure perché la nostra anima ha finalmente pronunciato un chiaro “No” allo psicodramma?
Chiudiamo bruscamente un rapporto lavorativo perché sentiamo il bisogno di esprimere altre parti di noi,
oppure perché non siamo in grado di immaginare e organizzare il nostro futuro in modo diverso?
Diventa allora essenziale uscire dal giudizio di ciò che è bene e ciò che non lo è,
poiché ogni aspetto contiene entrambe le polarità.
Ciò che è tossico può indicare la via verso l’indipendenza interiore,
così come ciò che è sano e buono per noi può trasformarsi in una prigione dorata, capace di arrestare l’evoluzione della nostra anima, o della nostra essenza più profonda.
La bellezza di scegliere sé stessi
Quando questi archetipi si manifestano, quando vengono a farci visita, tendono a essere piuttosto rumorosi.
Ci strappano le bende dagli occhi e ci mostrano, da un lato, nuove possibilità e nuovi orizzonti;
dall’altro, le possibili conseguenze di disobbedire a regole antiche e abitudini radicate.
Da una parte si apre la visione seducente di un Natale silenzioso,
passato sul divano con un buon calice di vino
e una lasagna comprata al banco gastronomia.
Zero sbattimenti.
Zero pensieri.
Palato soddisfatto e apparato digerente modestamente appesantito.
Nessuna parola inutile.
Nessun conflitto altrui di cui farsi carico.
Un orizzonte meraviglioso.
Ma il contraltare suona come un film dell’orrore.
Le conseguenze di una scelta di questo tipo, quasi inevitabilmente, scoperchiano un vaso di Pandora:
-
i silenzi passivo-aggressivi di nostra madre o di altri parenti
-
lo spettro di una fine solitaria per aver voltato le spalle alla famiglia senza aver chiesto il permesso
-
il senso di colpa per aver scelto la propria quiete al posto del presepe di traumi al quale avremmo “dovuto” partecipare
A questo proposito voglio dirti una cosa.
Scegli te.
Non per egoismo,
non per rivendicazione,
non per ribellione.
Scegli te perché sei responsabile del tuo benessere psicofisico.
Scegli te perché sarai sempre l’unica persona che si sveglierà al tuo fianco.
Scegli te per essere un figlio migliore, uno che onora davvero la vita ricevuta dai propri genitori.
Scegli te per essere un buon genitore, perché l’infelicità insegna il senso di colpa ai figli prima ancora delle parole.
Scegli te per essere un buon amante, perché chi non sa darsi piacere a tutti i livelli non può offrirsi né ricevere completamente.
Ariavibra ti aiuta a trasformare la tossicità in movimento vivo
Come si fanno ad affrontare questi aspetti di se stessi senza rimanerne travolti?
Come già detto, il corpo è il nostro grande alleato: ci permette non solo di sentire ciò che accade intorno a noi ma anche di lavorare attivamente su questi aspetti.
La conquista di una solida e bella relazione con se stessi sta sicuramente alla base del movimento Ariavibra, perché ci consente di muoverci consapevolmente nello spazio e nel tempo, sentendo ogni passo come una scelta che nasce dalla nostra essenza.
Il matrimonio mistico tra corpo, emozioni e spirito ci permette di entrare in profondità in quegli aspetti della vita che tendono a soffocare il nostro libero arbitrio e la capacità di scegliere ciò che è realmente bene per noi.
Quando iniziamo a incarnare la nostra vera essenza, andare contro al proprio sentire diventa impossibile.
È un po’ come guardare quei quadri che contengono illusioni ottiche: una volta identificata la seconda immagine, non riusciamo più a vedere la prima.
Allo stesso modo, quando apriamo spazi di libertà nella nostra coscienza e nel corpo, tutto il sistema deve riallinearsi alla nuova percezione e scopriamo dentro di noi fonti di trasformazione viva e gioiosa da cui possiamo nutrirci.
Cosa si ottiene dai percorsi Ariavibra:
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Movimento consapevole: attiva l’energia vitale, idrata e riattiva la miafascia, mobilizza le articolazioni, rilascia tensioni, migliora i ritmi sonno-veglia.
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Tecniche di respirazione: capaci di attivare energie sopite, pacificare il boicottaggio della mente, detossinare profondamente.
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Meditazioni in movimento: collegano aspetti fisici, emotivi e spirituali, favorendo maggiore equilibrio interiore.
Ariavibra è dedicato a chi decide di lavorare su di sé con fiducia e responsabilità, perché gli aspetti tossici della vita entrano nel nostro spazio soltanto quando gli abbiamo dato il permesso, e spesso nascondono parti di noi stessi che aspettano di essere trasformate.
Smollare ciò che ti intossica, passo dopo passo, è la via per tornare a te dopo anni di compromessi e addomesticamento dei tuoi bisogni profondi.
Fluisci e vibra nella capacità di ascoltarti e liberarti.






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